Dott. Bruno Maietta - TERAPIA ENERGETICA

Dott. Bruno Maietta
Psicologo – Psicoterapeuta - Terapia energetica

 

I GIOVANI E IL SERVIZIO MILITARE

I giovani e il servizio militare - un momento di crescita personale e sociale

Le Forze Armate, con la coscrizione obbligatoria, hanno sempre gestito l'esperienza comunitaria di grandi masse di giovani, svolgendo un compito educativo, formativo e soprattutto di socializzazione di rilevante importanza. Il servizio di leva obbligatoria interessa tutti i giovani che hanno raggiunto la maggiore età. Con l'anticipo della maggiore età da 21 a 18 anni anche la leva è stata anticipata. La legge, con il raggiungimento della maggiore età, rimuove le ultime protezioni della "immaturità" e concede all'individuo tutti i suoi diritti, l'indipendenza legale e le responsabilità proprie dell'adulto.

Ma i giovani sono veramente maturi a 18 anni?

Hanno raggiunto la maturità psicologica e sociale?

Hanno veramente superato quel periodo così pieno di contraddizioni e di cambiamenti rappresentato dall'adolescenza?

Non è possibile dare risposte affermative a tali interrogativi, anche perché in questi ultimi anni il periodo dell'adolescenza sta subendo un ulteriore prolungamento.

Alcuni sociologi affermano che l'adolescenza costituisce un fenomeno puramente sociale, tipico del modello educativo delle società occidentali. Nelle società primitive il periodo dell'adolescenza può essere molto breve; esso è determinato dai riti dell'iniziazione, al termine dei quali l'individuo consegue la qualifica d'adulto.

Nelle società occidentali oggi si verifica un eccessivo prolungarsi di questa condizione dei giovani: l'adolescenza si protrae, a volte, fino ai trent'anni.

Dal punto di vista sociale si ritiene che l'adolescenza termini quando il giovane ha conseguito l'indipendenza economica, occupa un posto di lavoro e si sposa. Chiaramente il significato psicologico e sociale di questi fattori muta secondo l'ambiente socioculturale.

In passato, la maggiore facilità d'ingresso nel mondo del lavoro, permetteva al giovane di acquisire in tempi più brevi un ruolo ed uno status sociale che lo faceva sentire in qualche modo realizzato, autonomo, capace di soddisfare i propri bisogni e quelli di un'eventuale famiglia che intendeva costituire. L'ingresso nel mondo adulto era più facile.

Oggi, al contrario, le possibilità di trovare un'occupazione sono minori, gli anni di studio si protraggono e così pure la dipendenza dalla famiglia d'origine; la prospettiva di costituire una famiglia propria diventa una possibilità difficile da raggiungere e l'incertezza del futuro fa paura. La realtà dei giovani, oggi più di ieri, è tempestata quotidianamente da numerosi elementi di stress, di disturbo psicologico tra i quali spicca l'eccessivo bombardamento di informazioni, propinate continuamente dai mass media, che non riescono nemmeno a decodificare.

Il numero crescente di scelte da operare in vari settori, mettono i giovani in situazioni di confusione tali da rendergli difficile qualsiasi decisione, dagli studi da intraprendere agli sport da praticare, dai valori in cui credere agli amici da frequentare, ecc.

Essi sono costretti ad operare continui cambiamenti e adattamenti per cercare di sentirsi continuamente al posto giusto nel momento giusto.

In questa condizione di difficoltà, i giovani hanno bisogno di figure di riferimento significative e costanti quali quelle dei genitori, parenti, insegnanti.

Purtroppo all'interno delle famiglie, sempre più frequentemente, si verificano degli squilibri che non consentono quel sostegno, quella base sicura di cui i giovani hanno ancora bisogno. Molto spesso i genitori sono latitanti; il lavoro e gli altri impegni assorbono una gran quantità di tempo e per la famiglia, per i figli ne resta poco. Frequentemente, già da piccolissimi, i figli sono affidati a baby sitter o a scuole private dove restano "parcheggiati" per l'intera giornata.

Capita, a volte, che i genitori sono fisicamente vicini ai figli ma psicologicamente lontani. I rapporti genitori-adolescenti a volte sono turbolenti, non si riesce ad avere un dialogo aperto, intimo, profondo. Nelle famiglie si tende ad una sempre maggiore permissività nei confronti dei figli, come se fosse una dimostrazione di affetto. I ragazzi non sono abituati al rispetto delle norme basilari di comportamento, e se qualche regola è posta dai genitori, spesso non ne viene preteso il rispetto. Sempre più frequentemente i figli sono considerati oggetti del desiderio dei genitori, come un'estensione dei propri bisogni, coloro che realizzeranno ciò che a loro non è stato possibile. I genitori si sacrificano per permettere qualcosa in più ai figli, ma questo solo a livello fisico, materiale, mentre a livello intimo, affettivo la distanza rimane sempre elevata. Questi adolescenti sono i nostri futuri soldati, coloro che entreranno a far parte dell'Organizzazione militare, portando con sé le problematiche sociali, culturali e psicologiche proprie e dell'ambiente in cui sono cresciuti.

Ma quali sono le problematiche degli adolescenti?

Credo che conoscere un po’ più da vicino alcuni dei problemi che vive un adolescente, considerare serenamente e in modo più obiettivo le difficoltà che questa fase dello sviluppo comporta, possa essere d'aiuto a tutti coloro che giornalmente hanno a che fare con giovani di questa fascia d'età; mi riferisco in particolare ai Comandanti d'ogni livello.

Cos'è l'adolescenza.

L'adolescenza è l'età del cambiamento: è un passaggio tra l'infanzia e l'età adulta. L'adolescente non è più un bambino ma non è ancora adulto. Questo duplice movimento, di rinnegamento dell'infanzia da una parte e la ricerca di uno status d'adulto dall'altra, costituisce l'essenza della "crisi" che ogni adolescente attraversa.

Comprendere questo periodo transitorio, questo periodo di sconvolgimento psichico e somatico, di rotture, di paradossi, è sempre stata un'impresa difficile. E' difficile comprendere il loro mondo, il loro modo di essere. I cambiamenti fisiologici che si manifestano in questo periodo hanno delle notevoli ripercussioni psicologiche sia a livello di realtà concreta che a livello immaginario e simbolico.

L'immagine del corpo cambia sia per l'adolescente stesso sia per chi lo guarda ed egli si trova a doversi riorientare, a confrontarsi con queste trasformazioni. Egli sperimenta un senso di stranezza o d'estraneità, come la sensazione di non avere una percezione sicura della propria identità. L'adolescenza è vissuta come un "lutto" da elaborare, determinato dall'esperienza di separazione dalle figure autorevoli dell'infanzia, dal cambiamento nelle modalità relazionali. Come una persona in lutto, l'adolescente rimane, in certi momenti, sommerso dal ricordo degli oggetti perduti della propria infanzia e la sua mente è attraversata anche dal pensiero della morte.

L'adolescente attraversa un periodo di "crisi" caratterizzata da una ristrutturazione, da una vera e propria maturazione che può essere distinta in due fasi.

a) La prima fase denominata "crisi puberale", va dagli 11 ai 15 - 16 anni. Caratteristiche di questa fase sono:

- dubbio nell'autenticità di sé e del proprio corpo: infatti, l'adolescente esita ad accettare il proprio corpo, si sente incerto e bisognoso di rassicurazioni;

- entrata in gioco delle pulsioni genitali: le prime esperienze autoerotiche o le prime relazioni sessuali possono suscitare considerevoli inibizioni.

In questo periodo si riscontrano delle disarmonie evolutive legate sia alla presenza di uno scarto tra un corpo ancora infantile e dei mezzi d'espressione genitali pressoché maturi, sia al contrasto tra un'attività pulsionale controllata dalla genitalità e alla presenza di meccanismi di difesa psichici ancora presi in strutture infantili.

Egli si pone continuamente domande sulla propria identità sessuale, nelle sue due componenti:

- identità di genere, che consiste nella consapevolezza interiore che ogni persona ha del proprio genere sessuale. Si tratta di una sensazione intima, privata, squisitamente psicologica. L'identità di genere è in rapporto diretto con l'aspetto fisiologico del corpo.

- identità di ruolo, rappresenta il riscontro sociale dell'identità di genere ed è strettamente legata al rapporto con le altre persone. Anche questa è di natura psicologica, ma è più "tangibile" dell'identità di genere.

b) La crisi puberale è seguita dalla "crisi giovanile" che può durare fino ai 25 anni e oltre. Essa si esprime in vari atteggiamenti e comportamenti quali: l'emancipazione del pensiero, l'estendersi degli interessi, il gusto per l'astrazione, la razionalizzazione, l'originalità.

Ma a questi tratti spesso si associano disturbi quali: il rifiuto della scuola, alternanza di comportamenti aggressivi e masochistici, difficoltà di esprimere i contenuti relativi agli aspetti conflittuali. Nelle crisi giovanili l'accettazione dell'immagine di sé è difficile e le reazioni dell'adolescente appaiono legate ad atteggiamenti del passato e prendono la forma di veri e propri automatismi.

Tra i quadri caratteristici derivanti da questi tipi di crisi si possono citare:

- la nevrosi d'inibizione, che si manifesta con difficoltà d'espressione, timore verso l'altro sesso, inibizione intellettuale e sociale, spesso con tratti fobici;

- la nevrosi d'insuccesso, si manifesta con comportamenti e condotte disfunzionali che portano a: insuccesso scolastico, insuccesso sentimentale, acting out, il pensiero diventa disturbato, instabile, investito da problematiche nevrotiche;

- la "morosité", il giovane non sa che fare, a cosa interessarsi, a che giocare, ecc., manifesta un rifiuto ad investire il mondo, gli oggetti, le persone. Questo stato di "morosité" sembra essere la causa principale del passaggio all'atto nelle tre forme principali: fuga o delinquenza, droga, suicidio.

Alcune tipiche condotte adolescenziali


Fuga e vagabondaggio

Costituiscono le modalità più comuni per esprimere la rottura dell'adolescente con la famiglia o l'istituzione in cui vive. Possiamo distinguerle in:

- viaggio, è una partenza solitaria, a volte in gruppo, con uno scopo definito ed un ritorno già prestabilito. Presuppone motivazioni individuali ben conosciute: desiderio di scoperte, gusto per l'avventura, fuga dal quotidiano. Spesso questi viaggi sono in rapporto diretto con l'aumento dell'angoscia sia da parte dell'ambiente sia dell'adolescente stesso;

- la strada, rappresenta una vera e propria rottura con la famiglia e con il "sistema". Anche se diverso dal viaggio, anche questa condotta può essere modificata da incontri casuali. Una caratteristica del "ragazzo di strada" è quella di mostrare un certo conformismo nell'anticonformismo, come mostra l'aspetto fisico, l'ambiente, il luogo d'incontro dei "ragazzi di strada". Non si può giudicare normale o patologica questa sola condotta, tranne il caso che ad essa sono associate altre condotte agite (consumo di alcool, droga, tentativi di suicidio, atti criminosi) oppure condotte mentalizzate (noia, inibizione relazionale, angoscia relativa al corpo, ecc..);

- la fuga, consiste in una partenza impulsiva, brusca e spesso solitaria, limitata nel tempo, in genere senza una meta precisa. Generalmente avviene in un'atmosfera di conflitto con la famiglia o l'istituzione in cui si trova l'adolescente.

Furto

Tra le condotte delinquenziali più frequenti che si riscontrano tra gli adolescenti c'è il furto. Due sono le forme predominanti: furto nei magazzini e furto di veicoli.

Si può, inoltre, distinguere il furto compulsivo, il furto repulsivo, il furto iniziatico (messo in atto per accedere allo stato di membro di un gruppo), ecc..

Violenza

L'adolescente sperimenta spesso una grande violenza sia intorno a lui sia in lui stesso. I suoi oggetti, le sue pulsioni, i suoi ideali sono vissuti o espressi con estrema intensità, in modo aggressivo. L'aggressività degli adolescenti può essere rivolta contro i beni, si parla in tal caso di vandalismo (atti compiuti da bande). Comportamenti distruttivi possono essere compiuti anche singolarmente (piromani), violenza contro le persone (anche se il comportamento omicida è raro e in tal caso la vittima è, generalmente, uno sconosciuto).

Autoaggressività

Non è raro che l'adolescente tenda a rivolgere verso se stesso quel senso di violenza che lo pervade. Le condotte autoaggressive sono dominate dal tentativo di suicidio. Ma ci sono altre condotte aggressive che possono essere messe in atto, come le automutilazioni che possono essere impulsive (attuate improvvisamente) o croniche che possono significare:

- ricerca di un limite del sé corporeo;

- ricerca di autostimolazione;

- ricerca di un mezzo per richiamare l'attenzione.

L'adolescente e la realtà familiare


Molte delle difficoltà psicologiche che si riscontrano nel corso dell'adolescenza sono associate a diversi segni di patologia familiare: divorzio o disaccordo genitoriale continuo, malattia mentale di un genitore, instabilità dei genitori, dipendenza da alcool o da droga di uno dei genitori, ecc.

E' stato riscontrato che nelle storie familiari degli adolescenti suicidi vi è una percentuale molto alta di:

- separazione familiare;

- suicidio o patologia genitoriale diversa;

- alcoolismo di un genitore;

- immigrazione.

Come già più volte sottolineato, l'adolescenza è un evento difficile, a volte traumatico. I disagi che i giovani incontrano in questa fase dello sviluppo, potrebbero essere affrontati e superati meglio con l'aiuto di genitori e insegnanti, cioè di coloro che a quest'età costituiscono le figure di riferimento più importanti. Purtroppo queste figure tendono a considerare i bruschi cambiamenti di umore dei ragazzi, l'insofferenza per le regole, le ribellioni esplicite, la discontinuità attentiva, i rapidi cambiamenti di interessi, le prestazioni altalenanti, il fatto di avere la testa fra le nuvole e la facilità di passaggio all'atto come sintomi negativi, come espressione evidente di malattia.

Queste problematiche incontrate dagli adolescenti coinvolgono anche coloro che vivono in stretto rapporto con loro, specialmente i genitori, fratelli e sorelle. I conflitti con i genitori si intensificano anche perché essi, probabilmente ripercorrono a ritroso gli anni trascorsi per rivedere se stessi adolescenti, incompresi e insoddisfatti. Inoltre i genitori avvertono il timore di perdere i figli, di vederli man mano allontanarsi, una sorta di paura di restare soli. L'adolescente trova difficile dialogare con i genitori sugli argomenti che più lo interessano in questo periodo (l'amore e il sesso) e gli adulti, spesso, provano imbarazzo a parlarne. Non trovando appoggio, sostegno negli adulti a loro più vicini, i giovani si rivolgono ai coetanei. Il pudore e la necessità di mantenere la propria privacy li spinge a cercare fuori famiglia le risposte ai propri dubbi e alle proprie curiosità. Nei gruppi dei "pari" , infatti, essi trovano vicendevole sostegno nella lotta per raggiungere la tanto desiderata condizione di adulto.

I giovani e la vita militare


Con questo bagaglio di problemi, in parte risolti e in parte ancora da risolvere, i giovani si presentano a svolgere il servizio militare.

I disagi, che potrebbero emergere nel loro avvicinarsi alla vita militare, spesso sono legati:

- all'allontanamento dalla famiglia, dagli amici, dalla fidanzata, dall'ambiente;

- al cambiamento delle abitudini quotidiane e del tipo di attività;

- al cambiamento del ritmo sonno-veglia, alla rigidità degli orari dei pasti, alla pianificazione di tutte le attività giornaliere;

- al doversi organizzare in un ruolo diverso, con attribuzione di incarichi o compiti a volte poco graditi;

- alla mancanza di privacy, infatti bisogna condividere camera e servizi igienici con sconosciuti provenienti da ambienti socio-culturali diversi;

- alla demotivazione, i giovani di leva hanno la percezione che il servizio militare non serve a nulla, che è solo una perdita di tempo.

L'ingresso nella vita militare comporta l'inserimento in "gruppi istituzionali", a loro volta facenti parte di una più ampia "Organizzazione sociale": le Forze Armate.

I membri di un'organizzazione sociale hanno in comune sia caratteristiche psicologiche (valori, ideologie, atteggiamenti, uniforme, bandiera, inni, cerimoniali) sia caratteristiche simboliche. I simboli hanno la funzione di esaltare i valori, le ideologie e di promuovere l'unità e la coesione tra i membri dell'organizzazione.

I gruppi istituzionali si differenziano dai gruppi spontanei, come la famiglia e i gruppi di amici, in quanto sono già organizzati per svolgere dei compiti specifici, hanno ruoli e status gerarchici già definiti dall'Istituzione; hanno già un capo (leader) nominato dall'Istituzione e delle norme istituzionali fissate per regolare la vita del gruppo e le modalità per raggiungere gli obiettivi prestabiliti.

Quindi il giovane si trova a dover entrare a far parte, in modo coercitivo, di un gruppo che non ha scelto; a condividere gran parte del proprio tempo, delle attività e delle difficoltà con persone che non ha alcun interesse di conoscere, in un'Organizzazione della quale, spesso, non condivide i valori e le ideologie. Si possono facilmente comprendere le difficoltà che incontrano questi giovani nell'adattamento al nuovo tipo di realtà in cui sono catapultati da un giorno all'altro.

Alcuni ragazzi trovano relativamente facile adattarsi al nuovo ambiente. Mi riferisco a quei giovani che:

- presentano una mentalità più aperta;

- sono abituati ad allontanarsi dalla famiglia ed a convivere con altre persone;

- si adattano al rispetto delle regole ed al rispetto degli altri.

Anche per quei ragazzi che sono un po’ più dipendenti, che hanno bisogno di figure di riferimento per avere un senso di sicurezza, può essere semplice adeguarsi ad un sistema di vita dove tutto è organizzato secondo regole ed orari prestabiliti, dove nulla è lasciato al caso o alla libera decisione.

Questi ragazzi di solito si adattano bene alla nuova situazione, socializzano con relativa facilità immettendosi, senza grossi traumi, nel nuovo gruppo.

Qualche problema lo incontrano quei ragazzi che possiamo definire "isolati", "solitari". Questi sono soggetti che raramente si sono allontanati dal nucleo familiare, sono timidi, introversi e difficilmente entrano in contatto con gli altri. Tendono a ripiegarsi su se stessi e ad escludersi dalla vita di gruppo.

Questi ragazzi costituiscono motivo di apprensione per i Comandanti. Costoro, infatti, hanno bisogno di essere seguiti in modo particolare. Sono ragazzi che difficilmente riescono ad inserirsi nella vita di gruppo per timidezza, perché non hanno esperienza di vita comunitaria o perché non riescono a superare le difficoltà del primo distacco dall'ambiente familiare.

Se a queste difficoltà si aggiungono le pesanti vessazioni che sono costretti a subire da parte di compagni più esuberanti, più aggressivi (quei soggetti definiti "esclusi"), essi possono diventare facilmente vittime di profonde crisi depressive che a volte possono portarli a compiere atti estremi.

Gli "esclusi" si riscontrano immancabilmente nei gruppi di militari, ma anche in tanti gruppi di adolescenti. Sono coloro che male si adattano alla vita di gruppo, ci stanno senza alcun interesse che li guida. Si comportano da irresponsabili, sono indisciplinati, evitano il lavoro e molto spesso, con il loro carattere irascibile ed aggressivo, portano scompiglio e tensione nel gruppo. Sono, pertanto, causa di malessere. Sono quei soggetti definiti come disturbatori, sono indolenti e non rispettano le norme istituzionali né quelle sub-istituzionali (cioè quelle norme il gruppo si autoimpone). E' per questo motivo che sono definiti "esclusi": sono soggetti che gli altri membri del gruppo sopportano malvolentieri e che vorrebbero escludere dal gruppo.

Anche questi giovani debbono costituire motivo di apprensione per i Comandanti, in quanto, con la loro esuberanza, irresponsabilità e con la loro condotta aggressiva, possono essere causa di serie difficoltà alla vita comunitaria.

In questi ultimi tempi si parla molto di atti di "nonnismo" fra i militari. Sono atti che non hanno nulla a che vedere con la goliardia o con lo spirito di corpo; sono veri atti di teppismo, condotte aggressive messe in atto per il solo scopo di scaricare le pulsioni che pervadono questi adolescenti.

Queste poche considerazioni ci danno l'idea di quanto sia complicato e delicato il compito assegnato ai Comandanti di ciascun livello e di quali responsabilità essi sono investiti nel momento in cui l'Istituzione affida loro questi giovani. Essi sono chiamati a gestire la leadership di gruppi formali composti, in modo coercitivo, da persone che non hanno nessuna motivazione a stare insieme e nessuno scopo comune.

Che cos'è la leadership


La leadership può definirsi come quel tipo di comportamento che spinge il gruppo al perseguimento dei propri scopi. Può accadere che in un gruppo la maggior parte di questi comportamenti siano dovuti ad un solo membro che in questo caso può venire soprannominato "leader". In un altro gruppo potrebbero prevalere due individui, in un altro la leadership potrebbe essere diffusa a tutto il gruppo o potrebbe non manifestarsi.

Il leader ha la capacità di influenzare gli altri più di quanto sia influenzato egli stesso. In generale, dalle considerazioni comuni che vengono fatte, sembra che il leader sia più intelligente, più sicuro di sé, più capace, dotato di conoscenze specifiche, ha facilità di parola. E' dominante, più socievole, dotato d'iniziativa, più perseverante e orientato verso la riuscita rispetto ai suoi seguaci.

In ogni contesto il leader più efficiente è colui che è meglio equipaggiato per aiutare il gruppo a raggiungere il proprio obiettivo. Si distinguono tre modelli di leader:

1. Autocratico, tende ad organizzare tutte le attività del gruppo, dice a ciascuno cosa deve fare di volta in volta, resta lontano (fisicamente ed emotivamente) dal gruppo e si concentra sul compito immediato. In questi gruppi generalmente domina l'apatia e l'aggressività. Quest'aggressività, che non è possibile liberare nei confronti del leader, crea forti tensioni nei membri del gruppo che tendono a scaricarla sui componenti meno forti (capri espiatori). In questi gruppi si riscontra una forte dipendenza nei confronti del leader ed un orientamento più egocentrico. Questo gruppo è molto produttivo solo in presenza del leader.

2. Democratico, tende a pianificare le decisioni e le attività del gruppo permettendo a tutti di partecipare e scegliersi i compagni di lavoro. Il leader è in contatto (fisico ed emotivo) con il gruppo e cerca di diventarne un vero e proprio membro. Nei gruppi a leadership democratica l'atmosfera tende ad essere più amichevole, centrata sul gruppo e ragionevolmente orientata al compito, le prestazioni sono buone sia in presenza del leader sia in sua assenza, l'aggressività viene sperimentata direttamente verso i capi e pertanto non produce tensioni interne da scaricare su altri membri del gruppo o all'esterno.

3. Permissivo, tende a lasciare i membri liberi di agire a loro piacimento, con un minimo d'intervento da parte del leader, suscitando molte richieste d'informazioni che non vengono soddisfatte. In questi gruppi sembra che le prestazioni migliorano in assenza del leader. Le funzioni della leadership possono variare da gruppo a gruppo e da situazione a situazione. Esistono delle funzioni specifiche ma ce ne sono alcune che ricorrono in maniera sistematica. Quella che segue è una lista di definizioni diverse per due gruppi di funzioni opposte ma non contrastanti:
Inizia a strutturare l'interazione Offre considerazione Favorisce lo scopo del gruppo Dà sicurezza Strumentale Affettivo Esterno al gruppo Interno al gruppo Attività orientata allo scopo Conservazione del gruppo Comportamenti diretti al compito Comportamenti socio-emozionali

I termini di sinistra si riferiscono ai comportamenti di una leadership orientata al compito mentre quelli di destra ai comportamenti di una leadership socio-emozionale.

Il leader orientato al compito si prefigge di far raggiungere dei risultati ben definiti, facendo uso del potere d'informazione, del potere coercitivo, del potere di ricompensa o del potere dell'esperienza.

Il leader orientato alla relazione (socio-emozionale), tende a mantenere delle buone relazioni all'interno del gruppo, ricorrendo al potere dell'esempio per ottenere i risultati desiderati.

Difficilmente i leaders orientati al compito diventano leaders orientati alla relazione. Queste funzioni, a volte, sono racchiuse nella figura di un solo leader, ma sono pochi gli individui che riescono ad incarnare i due stili di leadership.

La situazione di un gruppo varia secondo la facilità con cui il leader riesce a controllare i membri del gruppo.

La situazione sarà più favorevole se:

a. la relazione tra il leader e il gruppo è improntata sulla lealtà e fiducia;

b. il compito è strutturato in modo che tutti i membri sanno cosa fare;

c. il leader ha la facoltà di distribuire ricompense e sanzioni tra i membri del gruppo.

Da quanto su detto, appare evidente che il tipo di leadership più efficiente è quella democratica. La difficoltà insita in questo tipo di leadership è quella di riuscire a mantenere il rispetto reciproco per i ruoli e gli status gerarchici dei vari componenti del gruppo.

Il ruolo del Comandante


Al Comandante, in base al grado rivestito, è assegnato il ruolo di leader di un determinato gruppo (squadra, plotone, compagnia, ecc.). Generalmente, nell'affidamento di quest'incarico, non si guarda alle sue capacità di gestire una leadership socio-emozionale ma si considera solo se possiede le doti di un leader orientato al compito.

Egli è un leader istituzionale che, a differenza di un leader spontaneo (scelto dai componenti del gruppo), difficilmente potrà corrispondere alle aspettative socio-emozionali del gruppo. Ecco perché diventa di primaria importanza la capacità del Comandante di racchiudere in sé sia le caratteristiche del leader orientato al compito sia quelle del leader socio-emozionale.

Quest'obiettivo si può raggiungere attraverso un'adeguata formazione dei Quadri, formazione che, oltre a riguardare le specifiche competenze tecniche, deve essere tesa a sviluppare, nei futuri Comandanti, la capacità di una comunicazione efficace, di ascolto attivo. Un Comandante (che riassume in sé sia le caratteristiche di leader orientato al compito sia quelle del leader socio-emozionale) deve essere capace di considerare i dipendenti, prima come persone degne di rispetto, di fiducia e di accettazione, poi come componenti di un gruppo istituzionale, orientato ai compiti che l'Istituzione si prefigge.

Le capacità socio-emozionali non si apprendono come tecniche da utilizzare al momento opportuno; esse sono l'espressione di un modo di essere che si acquisisce per gradi, con lo sviluppo dell'autoconsapevolezza, della capacità di essere in contatto con se stessi, per poter entrare in contatto con gli altri.

Il Comandante costituisce un'importante figura di riferimento cui ogni dipendente può rivolgersi sia per problemi di lavoro sia per problemi personali. Egli deve sentirsi parte del gruppo di cui è leader ed è importante che metta in atto tutti gli accorgimenti necessari affinché i giovani possano sentirsi parte di un gruppo psicologico: un gruppo nel quale ciascun membro intrattiene esplicite relazioni con tutti gli altri. La presenza di una buona circolarità emotiva permette a tutti di percepire il gruppo come un'entità distinta dai singoli componenti e di sostituire l'Io con il "Noi" di gruppo.

E' importante che ci sia una buona capacità relazionale anche tra i membri dei vari sottogruppi (tra le varie squadre di un plotone, tra i plotoni di una compagnia, ecc..) e tra i loro rispettivi leaders. Questo può aiutare tutti i membri dei vari gruppi a sentirsi parte di un destino comune.

E' vero che nei gruppi istituzionale c'è sempre la tendenza alla formazione di sottogruppi spontanei, all'emergenza di leaders spontanei, con la conseguente creazione di norme sub-istituzionali che servono a regolare la vita comune in assenza del leader formale. Questi sottogruppi possono organizzare delle attività clandestine che, fuori del controllo dei capi formali, possono sfociare in azioni pericolose.

L'azione del Comandante, mirata a migliorare le relazioni interpersonali, ad approfondire la conoscenza reciproca tra i membri del gruppo, potrebbe ridurre al minimo la possibilità di quei comportamenti che, a volte, assumono la forma di veri atti delinquenziali, al punto da comportare gravi danni psicologici e fisici a qualche giovane e, in casi estremi (fortunatamente molto rari) perfino la morte.

Un Comandante che si sente parte del gruppo, capace di ascoltare, di considerare, di dare fiducia, di prendersi cura dei propri dipendenti, sarà in grado di infondere in loro fiducia, autostima, senso di responsabilità, disciplina e senso del dovere.

In questo modo potrà permettere lo sviluppo di una maggiore coesione e di spirito di corpo tra i componenti del gruppo. Ciò consentirebbe il raggiungimento degli obiettivi istituzionali con minori difficoltà e con il piacere di lavorare insieme per un unico scopo.

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