Dott. Bruno Maietta - PSICOLOGIA

Dott. Bruno Maietta
Psicologo – Psicoterapeuta - Terapia energetica

 

STRESS

Il termine “stress” fu usato inizialmente in ingegneria per indicare la tensione, lo sforzo cui viene sottoposto un materiale rigido in condizione di sollecitazione. Lo scienziato canadese H. Selye (1936) introdusse questo termine in medicina per definire la reazione biologica caratterizzata dall’attivazione dell’asse ipofisi-corticosurrene. Egli notò anche che la reazione di stress era aspecifica, cioè indipendente dalle caratteristiche e dal tipo di stimolo che lo provocava. Questo significa che qualsiasi tipo di stimolo agisca sul nostro organismo, provocherà un’attivazione biologica aspecifica che determinerà una “reazione di stress”.

Ogni tipo di stimolo può costituire un agente stressogeno o stressante. Sono definiti “stressanti” tutti i pericoli cui è continuamente esposto il nostro organismo. Tra i più comuni possiamo citare i microbi e i virus, il caldo e il freddo, la fame, la sete, lo smog, la radioattività, l’inquinamento elettromagnetico, ecc.. Questi sono tutti stressanti fisici ai quali il nostro corpo è normalmente esposto: essi possono attaccarlo e deteriorarlo indipendentemente dalla nostra reazione psicologica.

Esiste poi tutta una serie di stressanti mentali che possono presentarsi nella nostra vita. Ci riferiamo a situazioni psicologiche e sociali come l’insicurezza finanziaria, un matrimonio infelice, la scarsità contatti sociali, le difficili condizioni di lavoro che possono produrre un malcontento persistente, stress e ansia.

Le persone reagiscono in modo diverso agli agenti stressanti. Infatti, c’è chi possiede una buona resistenza psicologica e un’adeguata capacità di adattamento allo stress quotidiano; c’è chi, invece, vede pericoli dappertutto e la sua vita diventa un’afflizione continua: una suocera difficile, un principale esigente, i compagni che prendono in giro, ecc.. Sono tutte situazioni che possono provocare stress e malattie, allo stesso modo di microbi, malnutrizione o freddo persistente.

Il ruolo dell’attivazione emozionale

Ma quale relazione esiste tra stress ed emozioni? Tra il 1960 e il 1970 furono condotte molte ricerche in questo senso. John Mason (1975) rilevò come l’esposizione a stimoli puramente fisici (caldo, freddo, rumore, ecc.) e di tipo psicosociale (interazioni personali con carattere di minaccia, pericolo per l’incolumità fisica o per la vita, ecc.) producessero una reazione di stress soprattutto perché questi stimoli erano in grado di attivare significative reazioni emozionali. Fu dimostrato anche che la reazione di stress non coinvolge solo l’asse ipofisi-corticosurrene ma interessa tutti i principali assi neuroendocrini (ipotalamo-midollo surrenale, ipotalamo-ipofisi-tiroide, ipotalamo-ipofisi-GH, ipotalamo-ipofisi-gonadi). Inoltre fu sottolineato che la reazione di stress è caratterizzata da una “risposta multiormonale” proprio per permettere un migliore adattamento metabolico dell’organismo in particolari condizioni di richiesta ambientale, e quindi per favorire la sopravvivenza dell’organismo stesso.

L’attivazione emozionale indotta dallo stimolo (organizzata a livello limbico) si manifesta sia a livello biologico somatico (ad esempio mediante modificazioni neurovegetative ed endocrine) sia a livello psicologico comportamentale (mediante le sequenze motorie dei comportamenti di lotta o di fuga). Pertanto l’attivazione emozionale può essere vista come una reazione comportamentale e biologica integrata, finalizzata all’adattamento dell’individuo alle mutate condizioni di stimolazione interna ed esterna. Lo stress appare quindi nella doppia prospettiva, biologica e comportamentale e in stretta integrazione con la reazione emozionale.

Successive osservazioni e ricerche hanno fatto supporre che prima di indurre l’attivazione emozionale e quindi la reazione allo stress, lo stimolo venga elaborato a livello del Sistema Nervoso Centrale, attraverso processi di tipo cognitivo. Quindi, uno stimolo proveniente dall’esterno viene prima sottoposto a una valutazione delle sue caratteristiche e del suo significato e, sulla base di tale processo, lo stimolo acquisisce una sua specifica “coloritura emozionale”. Ad esempio, lo stesso squillo di tromba o il rintocco di una campana potranno suscitare gioia o tristezza a seconda delle differenti caratteristiche, del contesto in cui si verifica lo stimolo e della diversa valutazione cognitiva che ciascuna persona ne dà.

La reazione di stress viene dunque suscitata dall’attivazione emozionale, dopo un’adeguata valutazione cognitiva dello stimolo e si manifesta contemporaneamente a risposte biologico-somatiche e psicologico-comportamentali. La valutazione cognitiva che ogni individuo fa dello stimolo è decisiva per determinare ciò che è stressante e ciò che non lo è, e anche per stabilire l’entità della reazione di stress. Come evidenzia la figura, le reazioni biologiche e quelle comportamentali sono strettamente integrate tra loro.

P. Pancheri (1979) ha proposto un modello interpretativo della reazione di stress e dell’equilibrio biologico comportamentale fondato sul presupposto che, in condizioni naturali, esista una sorta di “bilanciamento” ottimale tra le reazioni comportamentali e le reazioni biologiche nello stress.

Un esempio può essere la risposta di stress di un predatore impegnato nell’inseguimento e quella dell’animale predato, impegnato nella fuga. I due organismi in tale circostanza attivano dei “programmi” geneticamente predeterminati (ed eventualmente modificati dalle esperienze successive): un programma biologico di stress e un programma comportamentale di stress che innescano tutte le sequenze motorie e i comportamenti necessari per la fuga e/o per la lotta, finalizzati ad assicurare la sopravvivenza.

Lo Stress e la Sindrome di adattamento

Il corpo, nel suo insieme, risponde a tutte le potenziali forme di aggressione sempre con lo stesso “piano di difesa”, utilizzando come armi le ghiandole endocrine e il sistema nervoso autonomo. Questo piano di difesa, denominato da H. Selye (1956) “Sindrome Generale di Adattamento” (GSA), si articola in tre fasi.

1^ fase. Reazione di allarme

Quando il corpo si sente aggredito la sua prima reazione è l’allarme. Questa reazione si realizza in due momenti:

- inizialmente si evidenziano una serie di disturbi somatici che fanno vacillare il corpo sotto l’attacco degli agenti stressanti;

- successivamente vengono mobilizzate rapidamente le difese per far fronte all’assalto di questi agenti. L’ipotalamo e l’ipofisi (attraverso il sistema nervoso autonomo e le ghiandole endocrine) trasmettono i necessari cambiamenti delle funzioni organiche tali da permettere di neutralizzare gli effetti dannosi dell’aggressione. Questa è la “fase difensiva” della reazione d’allarme.

Immaginiamo una persona che di notte percorre una strada buia e isolata. All’improvviso sente un rumore di passi. La sua prima reazione è una “valutazione cognitiva” dello stimolo (Chi può essere? A quest’ora in questa strada non c’è mai nessuno! Sarà un ladro? ecc.) seguito immediatamente, forse sovrapposto, da un’“attivazione emozionale” (sorpresa, paura, ecc.), mentre a livello somatico si verificano numerosi cambiamenti con lo scopo di mettere l’individuo in condizioni di prepararsi alla lotta o alla fuga (elevazione della frequenza cardiaca e respiratoria, aumento della tensione muscolare, aumento dell’attenzione, ecc.).

2^ fase. Resistenza

Nei casi fortunati l’assalto degli stressogeni è di breve durata e la difesa è rapida ed energica. In questi casi non si hanno conseguenze per l’organismo: finito l’attacco e la reazione, finisce tutto e si ristabilisce l’equilibrio originario. Altre volte, invece, l’assalto può essere così potente che l’organismo ne viene sopraffatto ancora prima che le difese possano intervenire.

Quando gli antagonisti (agente stressante e organismo) sono più o meno della stessa forza la lotta si evolve nella resistenza. La “difesa” cerca ora di riparare i danni causati nella prima fase della reazione d’allarme, mentre la lotta continua.

L’arma più importante usata dall’organismo in questo stadio è costituita dagli ormoni della corteccia surrenale, i corticosteroidi: la loro produzione è accelerata su ordine dell’ipofisi. Durante questo stadio si verifica un certo adattamento che permette all’organismo di sostenere meglio l’esposizione ai vari stressori ambientali, di migliorare la capacità di resistenza agli agenti stressanti successivi ed aumentare anche la capacità di resistenza dei sistemi biologici, riducendo il rischio di malattie psicosomatiche.

3^ fase. Esaurimento

Quando l’esposizione allo stress si protrae in modo abnorme e l’organismo non può mantenere oltre lo stato di resistenza, la corteccia surrenale entra in uno stato di esaurimento funzionale. La “difesa” non ha più la forza di sostenere il processo di adattamento e può addirittura verificarsi il cedimento dell’adattamento già raggiunto. L’organismo viene sopraffatto e la persona crolla in uno stato di ansia reattiva, tipico della “fase di esaurimento”. In questa fase nell’organismo possono insorgere delle patologie difficilmente reversibili e in alcuni casi particolarmente gravi può addirittura sopraggiungere la morte.

La misura clinica dello stress

La necessità di studiare il rapporto tra stress e rischio di malattie somatiche e psichiatriche ha portato gli studiosi a sviluppare specifici strumenti di indagine obiettiva, finalizzati a rilevare e “misurare” (attraverso varie tecniche di quantificazione) lo stress esistenziale. Tali strumenti, costituiti da appositi questionari e liste degli avvenimenti esistenziali stressanti, selezionati sulla base della loro frequenza nella popolazione, danno la possibilità di ottenere uno o più “punteggi di stress”, espressi in valori numerici che crescono con l’aumentare della gravità degli eventi. I punteggi, dal punto di vista clinico, costituiscono degli indici utili per la misura dello stress e permettono un confronto, su base obiettiva, tra diversi soggetti e tra differenti gruppi.

Uno strumento di rilevazione e misurazione molto usato è la “Social Readjustment Rating Scale” elaborata da Holmes e Rahe (1967). Questa scala comprende un certo numero di eventi, ordinati secondo il loro “peso emotivo” e costituisce la prima lista strutturata proposta per la rilevazione e la misurazione degli eventi stressanti. Nella lista sono inclusi 43 eventi, scelti sulla base della loro frequenza e importanza, e per la loro proprietà di produrre un cambiamento nelle condizioni di vita di un individuo. Ad ogni evento è stato assegnato un “peso”, ovvero un valore numerico, maggiore per gli eventi più gravi e via via decrescente. Il valore numerico rappresenta la media dei valori assegnati ad un campione di 400 soggetti, prendendo come riferimento l’evento “matrimonio” cui arbitrariamente è stato dato punteggio di 50.

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